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22 ottobre 2007

Con colori diversi

                                              

È successo di nuovo. Un episodio attira la mia attenzione, mi stupisce, mi incuriosisce, mi invita ad informarmi di più e a fare riflessioni che mai avevo fatto e che mi stimolano al punto da mettermi il buonumore. Ma di nuovo, ancor prima di potermi godere a pieno tutto questo e di elaborare la mia teoria a riguardo, scopro di essere un pesce fuor d’acqua. “L’opinione pubblica” la pensa in maniera opposta. O meglio, l’opinione pubblica non pensa, boccia direttamente e lo fa con scontata veemenza, prima che si possa azzardare un ragionamento minimamente diverso. In questo caso, però, forse non sono un pesce fuor d’acqua, ma semplicemente un pesce di un acqua diversa. Un pesce d’acqua rossa. Mi trovavo in piazza Campo dei Fiori venerdì sera, quando incantata ascoltavo per la prima volta il racconto giunto da non lontano, da Fontana di Trevi, che per qualche ora aveva sputato acqua completamente rossa. Una reazione, la mia, forse infantile, istintiva, ma per questo da tenere almeno in considerazione: mi sentivo riportata indietro al Fantastico Mondo di Iridella, la bambina che con la sua polvere dell’arcobaleno dipingeva il mondo, derubato dei suoi colori da un gruppetto di esserini grigi.

Qualche anno fa, la notizia che alcuni vandali avevano danneggiato I Fiumi- la splendida fontana del Bernini a piazza Navona - mi aveva strappato qualche lacrima di rabbia. È quasi scontato che, nel caso dell’acqua rossa nella fontana di Trevi, non posso realisticamente immaginare reazioni pubbliche troppo diverse da quelle che abbiamo sentito. Ciononostante, sentir parlare a questo proposito di atto vandalico mi ha messo una profonda tristezza addosso. Un nostro celebre quotidiano, il giorno seguente l’accaduto, ricostruiva in un servizio tutti i precedenti atti che avevano offeso monumenti romani. Tutti avevano danneggiato materialmente opere d’arte, si trattava di violenza pura, di vandalismo. Quel servizio neppure accennava alla differenza tra quegli episodi e questo, episodi che a me non sembrano neppure paragonabili. Sarò in preda ad una specie di delirio, farò la figura dell’ingenua. Ma onestamente, quella dell’acqua rossa mi è parsa un’idea geniale. Tra tutti i messaggi possibili, quello con l’eco potenzialmente più strepitosa - l’immagine di fontana di Trevi ospita i sogni di dolce vita di tutto il mondo, si può dire - e senza lasciare alcuna traccia tangibile: poche ore dopo, passeggiando per il centro di Roma, era tutto come prima. Ma c’è adesso quell’immagine pazzesca e inverosimile che circola su internet e nelle macchinette digitali dei turisti.

Qui non si tratta di interpretazioni politiche: neppure loro, gli autori, hanno le idee chiare sulla propria identità di gruppo. È una protesta che sa più di sperimentazione di un linguaggio. Cercando di approfondire la mia istintiva reazione di entusiasmo, scopro che ciò che più mi colpisce è il fatto che, mi sembra, chi ha sperimentato ha trovato non tanto le “parole” giuste, ma ha senz’altro capito che lingua parlare. Un “attentato” simbolico, che dimostra che manipolare un simbolo può essere un’arma potentissima, un azione che si appropria del piano comunicativo su cui si vuole incidere, quello dei simboli, dell’immagine, e su quel piano sposta la comunicazione, la protesta. C’è un po’ di tutto dentro al messaggio, c’è un po’ di destra e un po’ di sinistra, ci sono i giovani e gli anziani, la voglia di sperimentare e di innovare e l’ammissione di non sapere da che parte cominciare, c’è l’odio contro l’immobilismo e contro i lustrini che mascherano i problemi. Ma ciò che resterà non è il confuso contenuto verbale del piccolo manifesto pseudo-neo-futurista, che tradisce la difficoltà degli stessi autori di spiegare e spiegarsi il significato di un’opera che potrebbe fare a meno di parole. È il linguaggio simbolico che colpisce nel segno. Un linguaggio pacifico e dissacratorio, che ci spiazza perchè è in grado di sconvolgere una certezza – la certezza dell’immagine quasi eterna della fontana di Trevi – e di lasciarci increduli davanti a quella figura fumettistica, ma ancora più sconcertati oggi, pochi giorni dopo, che tutto il clamore destato continua a sfiancare l’opinione di fronte ad una fontana che è esattamente uguale a quella di sempre. Come se non fosse successo niente. Questo mi entusiasma: un immagine shockante di per sé, non perché sia testimonianza di qualcosa, come sono le immagini di guerra o distruzioni ambientali. È l’immagine stessa, in quanto tale, che stupisce.

Cosa vorrei dai vari Veltroni-Rutelli-uomini pubblici se certamente non posso pretendere contentezza e stupore? Mi piacerebbe una bella reazione netta e concreta, poco simbolica: prima di tutto una legge che punisca molto duramente chi solamente tocchi qualsiasi patrimonio artistico (proprio come quella che Rutelli aveva proposto qualche tempo fa, non gli pare vero poterlo ricordare in questi giorni). È inevitabile, ma lo è non solo per evitare le probabili degenerazioni di questa trovata: l’azione concreta lascerebbe anche spazio e libertà al pensiero e alle idee. Una volta messo in chiaro il limite del lecito, infatti, ci si potrebbe anche lasciare andare tutti quanti ed azzardare interpretazioni minimamente più fantasiose, più spontanee, meno timorose, che non fremono per lasciarsi ricondurre a questo o quel giudizio, a questa o quella posizione: Veltroni si dice offeso, la Fiamma Tricolore “simpatizza”.

La creatività e la circolazione delle idee e dei simboli non si soffocano certo punendo chi colora le fontane, ma mettendo in circolo opinioni generate dal rifiuto di pensare.




permalink | inviato da valeriavision il 22/10/2007 alle 17:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

12 settembre 2007

DOPO IL V-DAY

 

Seppure la cosa non mi stupisca, ciò che più mi colpisce del fenomeno Grillo e v-day è la reazione quasi ingenuamente impaurita dei giornalisti da una parte e dei politici dall’altra.

I politici sembra si siano impantanati sulla metafora del dito e della luna: l’”episodio” dell’8 settembre sarebbe un segnale di qualcosa che esiste, di un disagio reale, e sarebbe quindi furbo non ignorarlo, indipendentemente dalla qualità e dalla natura del segnale stesso. Questa rudimentale analisi mi sembra un’ottima trovata per svilire l’importanza dell’episodio in sé, riducendolo alla natura di sintomo, ad un segnale come un altro della tanto discussa crisi della politica, oltre che per semplificare la faccenda evitando di addentrarsi in più complesse riflessioni (chi sarebbe in grado di farle del resto?). Semplicemente, i politici con la loro reazione ci stanno spiegando, loro malgrado, il vero significato del fenomeno-Grillo: stanno continuando a fare quello che fanno sempre, e cioè i politici, anche quando a venire messa in discussione è proprio la legittimità del loro ruolo e della loro concreta attività. Dico questo dando per scontato il fatto che le tre proposte di Grillo abbiano l’intento di scardinare quegli elementi che oggi possiamo ricollegare direttamente alla scarsa credibilità della “politica”, del modo in cui oggi il concetto di politica si concretizza.

I nostri politici così, sia quando sottolineano l’importanza di ascoltare e di tenere seriamente conto di quanto sta accadendo, sia quando ci mettono in guardia da Grillo parlando di ”antipolitica” (con una quasi comica accezione negativa) e di demagogia, ci confermano la fondatezza del disagio che tutti noi sentiamo nei loro confronti. Si dimostrano ancora di più chiusi in sé stessi, ciechi e immobili nei confronti di un mondo che va avanti e che non sanno interpretare. Soprattutto quando, dopo aver superficialmente liquidato la faccenda, tornano per vie più o meno dirette ai loro concetti-bandiera (e poi parlano di slogan a proposito di Grillo!).

Per i giornali la faccenda non cambia molto: i nostri “giudici” non sono appunto capaci di sospendere il giudizio, e lasciare spazio ad una più proficua analisi che solo chi ammette di “non sapere”, di non avere ancora gli elementi per categorizzare e bollare un fenomeno può fare. E soprattutto, di fronte alla forza di una voce che sfugge ad una collocazione precisa, che sembra non poter essere controllata, che sembra appartenere alla temuta “massa”, cedono alla tentazione di rifugiarsi sulle loro torri di avorio e demolire il fenomeno con analisi e termini sontuosi (o no?). I più arditi si spingono addirittura a parlare del blog, del web e della sua funzione.

Ciò che mi sembra più rilevante del v-day e di quanto sta accadendo è non tanto il fatto che esso costituisca un segno del disagio nei confronti della politica (ce ne servivano forse altri?), ma il messaggio che ci dice che la società stia diventando più leggibile: che i veri bisogni, le spinte e le esigenze sempre meno restano schiacciati da una struttura che li soffoca e che gira a vuoto rispetto alla società cui dovrebbe invece rendere conto. E mi sembra che non ci sia niente di più lontano dal populismo, dalla degenerazione della società di massa, da tutti quei concetti che sono stati chiamati in causa per spiegare e giudicare un’evoluzione naturale che ancora non trova termini per essere definita.

Ciò che mi fa affermare questo è probabilmente anche ciò che rende insicure le affermazioni di chi ridimensiona il senso del fenomeno v-day parlando di invasioni barbariche, di qualunquismo, di populismo. E cioè prima di tutto il fatto che non ci sia niente di meno estremo, di più ponderato e rispondente ai problemi reali e condivisi, dei tre punti che sono stati proposti. Poi, il fatto che il luogo in cui queste spinte hanno iniziato ad addensarsi, il blog, sia di per sé uno strumento che allontana dai pericoli di spersonalizzazione, di annullamento della ragione e di identificazione con il leader che fior di studiosi attribuiscono alla “folla”.

Il titolo, è stato anche detto da oppositori esausti, è il segnale del degrado del gusto. Certo, non è un titolo intellettuale. E racchiude mi sembra il desiderio, oltre che di colpire, di desacralizzare la sfera della decisione pubblica. Come dire: sono la forma e le categorie immobili in cui si muovono i personaggi e i meccanismi della decisione che noi giudichiamo inadatti e vogliamo cambiare. Anche il titolo contribuisce ad affermare ciò.

Sovrapporre lo stile di Grillo, che resta un attore più internauta ed incavolato degli altri, con la natura del vasto e complesso fenomeno in atto, mi sembra quasi un’ingenuità. Non credo che il modo specifico in cui queste firme sono state messe insieme abbia niente a che vedere con l’essenza del fenomeno. Mi sembra evidente che quella dell’attore genovese che sbraita, che tiene spettacoli di successo nei teatri e poi un blog che diventa un fenomeno e che infine raduna le persone nelle piazze sia solo una delle possibili concretizzazioni di una trasformazione i cui aspetti visibili sono ancora per lo più latenti. Ciò che soprattutto sta cambiando è la nascita di una nuova consapevolezza da parte delle persone, che vedono la propria voce trovare sempre più spazio, e la propria individualità sempre più opportunità di inserirsi in reti sociali con crescenti opportunità di essere ascoltate. Il v-day mi sembra ci dica soprattutto questo.




permalink | inviato da valeriavision il 12/9/2007 alle 18:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

27 aprile 2007

Cambiare espressione non basta

  Non mi piace parlare male della televisione. Solitamente è un’attività che considero talmente ovvia, una reazione talmente spontanea alla visione di pochi minuti dello “show” che tendo a relegarla all’ambito dell’istintivo, quasi del banale, e quindi non degno di essere oggetto di argomenti razionali. Questa mattina però ho deciso che il concetto per cui   per cambiare le cose basta iniziare a parlarne è abbastanza vero. E mi sono anche resa conto che tutto sommato è un po’ che non sento parlare male di televisione.

La goccia che ha avviato in me questo meccanismo è caduta nel vaso qualche giorno fa, quando ho incidentalmente acceso la televisione in pieno pomeriggio. Il giorno prima i telegiornali avevano parlato di un brutto episodio di pedofilia accaduto in una scuola vicino Roma. Sappiamo tutti che “l’evoluzione dei generi televisivi” ha portato ad una strana commistione tra le notizie e l’intrattenimento, e così mi sono imbattuta in una delle nostre facce-Rai dell’ora del tè impegnata a contrarsi in un’espressione di dolore pronunciando parole sofferenti sull’episodio di cui sopra. Quella stessa faccia (la stessa che non molti minuti prima si era probabilmente vestita di ammiccamenti parlando del calendario di Nina Moric) si accingeva a lanciare la pubblicità. L’espressione in quel momento si trasformava leggermente, era quella di chi dice “lo so che è dura amici miei, ma dobbiamo interromperci per questi 120 secondi di spot. Lo so che è dura, ma è necessario”.

Che in queste “visioni” ci sia qualcosa che non va credo sia evidente quasi a tutti. Non voglio parlare di etica, che è un terreno complicato, forse opinabile e forse neppure quello opportuno in questo discorso. Non sono neppure così convinta che sia pertinente l’argomento per cui “Mediaset fa ciò che vuole” perché si finanzia con la pubblicità mentre la Rai ha degli obblighi ben precisi. Se è certamente vero il secondo punto non credo sia valido il primo. Io credo che il concetto, per farla breve, sia lo stesso della pornografia. È un discorso che riguarda i bambini e il modo in cui imparano dal mondo che vedono e che si trovano a conoscere.

È grave e terribilmente parziale ritenere che siano solo i contenuti specifici a dover essere valutati per stabilire cosa è opportuno trasmettere e cosa non lo è. Con uno stesso contenuto infatti si possono creare e trasmettere, direttamente e lateralmente, infiniti messaggi diversi.

Parlare di gossip e di pedofili in uno stesso studio, con uno stesso presentatore, con le stesse luci e venendo interrotti dagli stessi spot rischia seriamente di costituire un "pacchetto" in grado di insegnare cose ben precise, e ben più pericolose di qualsiasi messaggio specifico possa venir comunicato con parole o immagini dirette e mirate.

Provo ad immedesimarmi in un bambino che guarda la trasmissione. La prima sensazione che questo modo di affrontare gli argomenti mi trasmette è una specie di omogeneità del pensiero. Si può parlare di tutto e non conta molto quello che si dice, la competenza che si ha sull’argomento, le idee interessanti che abbiamo a proposito, le novità che proponiamo col nostro ragionamento, l’interesse stesso che ne proviamo. È sufficiente scegliere la giusta espressione del volto. Questo è un invito indiretto a non pensare.

In secondo luogo, vedere che argomenti drammatici (oltre che drammatizzati) vengono interrotti dalla pubblicità delle merendine, mi trasmette il messaggio che tutto sommato c’è da stare tranquilli, che l’oggetto del discorso vive nelle parole e quando non se ne parla più tutto torna come prima. Questo è un invito indiretto a quella che generalmente si chiama superficialità, a considerare le parole come se fossero staccate dalla realtà e da quello che si vuole effettivamente dire, anziché uno strumento per capire e per far capire.

Credo che sia assolutamente necessario estendere i parametri, anche legislativi, con i quali si valutano i contenuti televisivi, tenendo conto anche dei messaggi indiretti che derivano da come questi contenuti sono confezionati e dal contesto in cui sono collocati. Forse questa semplice e logica strada è anche la chiave, come effetto collaterale, della tanto bramata qualità televisiva.

 




permalink | inviato da il 27/4/2007 alle 11:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

1 marzo 2007

A che serve “la politica”?


Questo è lo sfogo di una ragazza che non riesce ad interessarsi di politica.
Mi chiedo: ma che ne parliamo a fare? Non è forse continuando a parlarne che il teatrino si alimenta e va avanti? Ha ancora un senso discutere degli sfasci e dei rattoppi del governo? delle coalizioni e delle dichiarazioni?

Ma qual è il significato di questo concetto di “politica”, di questa parola? Cosa vuol dire? È una pagina tematica sui quotidiani? È un argomento di conversazione? Qual è il contenuto vero di questo concetto, ce lo chiediamo abbastanza?

La risposta è sotto gli occhi di tutti, e dirò una cosa di più: non è neppure che siamo troppo ciechi per capirlo, ne siamo invece tutti consapevoli. È chiaro che “la politica”, per quello che è il significato reale della politica oggi, è inutile. Si tratta di qualcosa di inconsistente e parlandone, analizzandola e denunciando i suoi difetti, cerchiamo di afferrarla, ma è come voler afferrare l’aria.

Mi sembra chiaro che quando parliamo di “politica” vorremmo riferirci alla concreta attività di governare il Paese. Ma è altrettanto evidente che questo “dettaglio” occupa i ritagli di tempo, e di spazio sui quotidiani. Che sia un problema dei media? Che in realtà i nostri politici si diano da fare per il nostro bene e siano giornali e tv ad amplificare le chiacchiere a dismisura, dandoci una visione distorta? Sarebbe possibile che fosse così, se poi non venissimo continuamente messi di fronte agli scandali che riguardano molti di questi signori, la loro ignoranza, il loro assenteismo in Parlamento, i loro stipendi imbarazzanti al confronto coi colleghi europei.

E allora bisogna concludere come fanno tutti i rassegnati e gli arrabbiati che dobbiamo vergognarci di essere italiani? Io non lo farei mai.

Soprattutto perché credo che il modo in cui questa famosa “politica” si esprime da noi sia una variazione folcloristica all’italiana di un meccanismo che non ha futuro, in Italia né altrove. Non siamo forse nell’epoca dei contenuti? Non sta forse in questi il significato più rilevante e il futuro della rivoluzione tecnologica? E pensiamo che “la politica” sopravvivrà intatta a questa esplosione, e continuerà ad alimentarsi di giochetti e di gossip governativi?

Io non credo proprio. Qualcosa, molto, dovrà cambiare. Se qualcuno di questi signori sarà più intelligente e furbo degli altri inizierà a capire il trend e ad anticiparlo, proprio come fanno i cool hunting che indovinano le tendenze della moda prima ancora che le persone capiscano che vogliono vestirsi proprio in quel modo. Allora capiranno che le persone, il Paese e i tempi in cui viviamo hanno sete di “camminare”, di andare avanti. Se sapranno farlo allora io credo che la domanda latente di contenuti politici, cioè di fatti e discussioni concretamente orientate alle decisioni, esploderà come un vulcano.

Se non lo faranno forse andremo incontro ad una trasformazione “evoluzionistica”: i politici si estingueranno, oppure si trasformeranno in veri e propri attori di fiction, continuando così a fare, con maggior chiarezza di mestiere, quello che fanno oggi. Le persone che sono solite seguire le vicissitudini di “palazzo” si divideranno allora tra quanti andranno ad aggiungersi al pubblico delle soap del primo pomeriggio, e quanti dedicheranno le loro energie migliori a pensare a ciò di cui hanno bisogno come cittadini e a chi e come può meglio realizzarlo.




permalink | inviato da il 1/3/2007 alle 15:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

15 febbraio 2007

L'ITALIA IN CRAVATTA E L'AMERICA IN PIGIAMA

 
Noi blogger ci proviamo a ritagliarci il nostro spazio all’interno dell’universo dell’informazione. Il mondo dei blog che tutti insieme costruiamo giorno dopo giorno presenta ampi spazi e angoli angusti che si offrono all’esplorazione dei navigatori più esigenti.

La varietà: questa sembra essere al momento la principale caratteristica del mondo dei blog italiani. Nomi conosciuti che puntano sul mezzo per creare un nuovo canale di comunicazione con il “pubblico” (a volte dando vita ad un vero e proprio fenomeno, altre non riuscendo a centrare l’obiettivo, o forse neppure a definire l’obiettivo giusto); altri meno conosciuti che riescono a formare una certa aggregazione; alcuni creano discussione intorno all’agenda dei mainstream media; altri contribuiscono alla propagazione di informazione di nicchia. Altri ancora, come noi di Vision, cercano di mettere insieme un gruppo e di dare vita ad un dibattito che poi diventi confronto diretto con l’esterno. Ci sono poi anche ragazzini che scrivono in rete semplicemente il proprio diario, destinato per lo più ai compagni di classe.

Una varietà tale, quella del mondo dei blog, che è forse il sintomo di un livello di sviluppo ancora piuttosto iniziale, se non si riesce a tratteggiare un quadro complessivo o un trend generale. Possiamo dire che questo mondo e l’informazione che ne proviene abbia in Italia un ruolo importante? Tutto sommato credo di no. E in effetti questa non è nemmeno una domanda sensata – penserà qualcuno: se pure abbiamo accettato l’ipotesi che i giornali online sostituiranno almeno in parte  quelli cartacei non è per niente scontato che il blog debba o possa diventare uno strumento di informazione alternativo.

La blogosfera è infatti un “ambiente” interessante e in rapido sviluppo, ma questo non scalfisce, almeno nella percezione corrente del senso comune, la posizione dominante che l’autorevolezza dei “grandi media” attribuisce agli stessi.

Tuttavia domandarsi se il blog come strumento di comunicazione possa arrivare ad assumere un’importanza rilevante nel mondo dell’informazione è più che legittimo. Questo però non vuol dire necessariamente chiedersi se ciò accadrà in modalità alternative rispetto a quelle tradizionali, se cioè una cosa escluderà l’altra.

Negli Stati Uniti qualcosa in effetti è già accaduto.

Quelli che un dirigente della CNN aveva riduttivamente definito “ragazzini in pigiama” che mettono on line i propri pensieri prima di andare a dormire svolgono ormai un ruolo di “controllo dei controllori”. Questo fenomeno si inserisce infatti nella precisa caratterizzazione del giornalismo americano, che tradizionalmente svolge un ruolo attivo di controllo sulle figure di rilievo della società, politici e governanti. Con il fenomeno dei blogger la catena si allunga, e coloro che sorvegliavano si ritrovano a dover fare i conti con questi nuovi “agenti in pigiama” dispersi nei meandri del web che esercitano il loro incontrollabile potere di contro-informazione, e che i media più accreditati non possono ignorare.

Accadrà anche da noi? Le diverse condizioni di partenza del mondo dell’informazione saranno tali da inglobare il fenomeno in maniera diversa, o esso ne prescinde totalmente e va oltre?

Anche a queste domande si cercherà di iniziare a rispondere nell’evento dal titolo “La politica nella blogosfera italiana” che si terrà alla Camera dei Deputati il pomeriggio di lunedì 19, in cui verrà presentato lo studio di Giuseppe Veltri, collaboratore di Vision e ricercatore della London school of economics.

Con questi temi dovrà confrontarsi anche, e ha già iniziato a farlo, il nuovo progetto di Vision su vecchi e nuovi media, di cui sarà presto online la prima versione del position paper.

 




permalink | inviato da il 15/2/2007 alle 19:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

29 gennaio 2007

L’AEROTROPOLI: LA CITTA’ DEL FUTURO

Sull’onda dell’interesse per le nuove tecnologie della comunicazione “immateriale”, quella che ci consente sempre di più di essere dove non siamo, siamo quasi portati a dimenticarci che non sono solamente le connessioni virtuali e telematiche a modificare la mappa dei rapporti che legano i diversi punti del pianeta ma, ancora oggi, anche quelle “materiali”: quella sorta di ragnatela che viene disegnata dai tragitti effettivi che ognuno di noi compie sul globo terrestre ha, anch’essa, molto da dirci sulle trasformazioni della società globale.

In un mondo in cui il concetto di “distanza” perde progressivamente senso, e in cui l’ultima frontiera del turismo è il “tour spaziale”, l’aeroporto, dice qualcuno,  ha assunto il ruolo che i porti ebbero nel 700, le ferrovie nell’800 e le autostrade nel 900: anche a livello regionale è l’aeroporto nel ventunesimo secolo a dettare la geografia economica di una città o regione, il centro vitale che orienta lo sviluppo economico ed urbano.

Ma se gli studiosi di marketing si concentrano sullo sviluppo degli aeroporti come veri e propri luoghi del consumo al di là della loro originaria funzione, soffermarci su esempi come quello del nuovo Suvarnabhumi di Bangkok, inaugurato a settembre, ci consente di andare oltre, pensando al significato non solo simbolico che questi luoghi assumono nel mondo di oggi. L’aeroporto Suvarnabhumi, una volta ultimato, includerà non solo centri commerciali, ma hotel, uffici, centri d’affari e spazi per incontri e conferenze. L’aeroporto di Denver già ospita mostre e gallerie d’arte, il Dulles di Washington inaugurerà presto un museo.

Che interpretazione dobbiamo dare alla nascita di queste nuove città, per cui è stato coniato il termine di aerotropoli?

Un concetto di città, mi sembra, completamente diverso e forse opposto rispetto a quello “tradizionale”: la città è per noi la sedimentazione di una cultura, la forma che prende una società e l’attività che essa compie.
Ed anzi il multiculturalismo che caratterizza i nostri giorni ha in un certo senso messo in crisi il nostro concetto di città, o quantomeno rivoluzionato i suoi spazi che sperimentano forme diverse di integrazione e di “allargamento” culturale.

La città aeroporto consente forse di superare questo punto problematico, che riguarda l’assimilazione o la convivenza tra culture in uno stesso luogo, modificando la prospettiva: non parliamo di un luogo statico, come il tradizionale centro urbano, che ha preso forma intorno ad una comunità di persone che in quel luogo sono nate e che solo con difficoltà si adatta ad una nuova e diversa distribuzione della popolazione mondiale, ma di un luogo “non luogo”, che nasce proprio dall’assenza di “indigeni” e che è privo di nazionalità. Inevitabile il riferimento al film “The Terminal” di Spielberg, il quale forse ha intuito la portata del significato simbolico, e sempre più concreto, racchiuso da questo non-luogo.

Le nuove aerotropoli sembrano quindi voler diventare molto più di un punto di passaggio, di arrivi e partenze, ma la vera destinazione: chi si sposta per ragioni professionali molto presto non dovrà nemmeno uscirne per soddisfare le esigenze del proprio viaggio. Città in tutto e per tutto, quindi, che prendono la forma della società in cui nascono e si adattano alle sue esigenze.

La net-society non è, oggi, una realtà solo “virtuale”, ma sempre di più un vero e proprio modello sociale del mondo: sempre meno contano le origini, mentre a dettare le azioni, l’appartenenza, l’identità degli individui sono sempre di più le intenzioni, gli interessi, gli scopi.

La nascita dell’aerotropoli ce lo conferma, ed essa si candida così ad essere la città del futuro, in cui il criterio che attribuisce il diritto di cittadinanza non è l’origine comune, ma la comune destinazione.




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15 dicembre 2006

L'IMBROGLIO DEMOCRATICO



La gravità della faccenda dei brogli elettorali è lampante. Eppure non sono così sicura che la portata della stessa sia interamente percepita dall’”opinione pubblica”. Quello che più si fa, mi sembra, è entrare a fondo nello specifico della questione: le denunce, i sospetti, la loro fondatezza o meno. Il valore della legge elettorale e, soprattutto, il metodo di rilevazione delle preferenze. Voto elettronico o tradizionale? Con quale delle due tecniche è più difficile imbrogliarci? O meglio ancora: con quale delle due è più difficile imbrogliare gli avversari politici?

Forse il motivo per cui ci si fionda tutti a dibattere su questi sacrosanti punti, senza trovare neppure il tempo di restare allarmati o quantomeno pensierosi di fronte alla gravità della natura dell'intera discussione, è che non si tratta di una faccenda nuova, e soprattutto non solo italiana. In fondo, questa volta, ci sentiamo quasi autorizzati ad avere qualche, chiamiamolo così, “problema di onestà”. Qualcosa di simile infatti è successo anche negli Stati Uniti.

La ragione principale per cui non sembra si percepisca tutta la gravità della faccenda, però, è probabilmente che non si è usciti, fino ad ora, dall’ambito del sospetto: finché il tutto si riduce alle accuse reciproche tra i nostri politici e non c’è niente di dimostrato, il risultato che si ottiene è solo una nuova puntata della soap opera cui siamo già abituati. Con il risultato di distaccarcene tutti sempre di più, perché percepiamo ancora una volta “la politica” come un mondo a sé stante, che si muove con regole proprie, che si accusa e si difende al proprio interno, anziché davanti alla società nei confronti della quale dovrebbe nascere il senso della sua responsabilità.

Se le accuse fossero fondate, si tratterebbe di un vero e proprio attentato alla democrazia. Ma non è forse sufficiente il fatto che sia emerso questo sospetto, a farci riflettere? E riflettere non solo sull’onestà dei nostri rappresentanti, visto che comunque la scarsa fiducia nei confronti della stessa è già emersa da tempo nel comune sentire e in svariati sondaggi. Il sospetto più significativo, infatti, non è che si possano essere verificati dei brogli. Il sospetto più significativo riguarda la possibilità che sia sufficiente alterare il sistema di rilevazione dei voti per avere un effetto concreto e rilevante sul risultato, e quindi sul futuro del paese e sul suo governo.

A me sembra che il significato più evidente di tutto questo sia la debolezza del meccanismo che permette alla volontà di un paese di emergere.
Non è forse assurdo, rudimentale che un intero paese si esprima, trasformi le proprie esigenze in soluzioni, le proprie spinte evolutive in decisioni, nell’elementare procedimento di una tornata elettorale? E che dal corretto funzionamento dello stesso, addirittura dalla modalità meccanica con cui esso avviene possa dipendere il risultato di un sistema democratico? Il processo di formazione della volontà collettiva è lento e complesso. Il culmine di questo processo, e cioè la trasformazione di questa volontà in decisione, deve necessariamente risiedere in un procedimento “semplice”, come quello elettorale, che ha la funzione di “sintetizzare”, in senso matematico, una quantità complessa di informazioni. Questo dovrebbe servire appunto a dare fondamento concreto a delle percezioni condivise, a dare voce ad una volontà che si è formata in una fase precedente.

Se si mette in dubbio la capacità di questo momento di rispecchiare effettivamente tale volontà, e di far emergere le decisioni che la società ha effettivamente preso, significa forse che l’intero processo si è inceppato. In un sistema ancora funzionante, infatti, non sarebbe credo sufficiente la questione tecnica dello svolgimento dell’ultima fase, quella elettorale, a mettere in dubbio la possibilità che la volontà collettiva si manifesti e si esprima. La decisione emersa dal conteggio dei voti sarebbe infatti, in questo caso, il risultato di uno scambio di idee, di un processo di aggregazione degli individui e delle loro opinioni in un livello precedente a quello del conteggio, che fungerebbe solo da “controllo”. Il conteggio altro non sarebbe che un momento di verifica.

Qual è la conseguenza di tutto questo dubitare e della decisione di ricontare le schede? Che tutti noi ci sentiamo sempre più nell’incertezza, non solo sul valore di coloro ai quali affidiamo il governo del nostro futuro, ma anche sulla nostra effettiva possibilità di sceglierli, di trasformare in decisioni concrete le nostre scelte. E questa incertezza forse dipende non solo dai conteggi e riconteggi dei voti, ma dal fatto che i meccanismi che vedevano nascere il loro senso nel sistema dei partiti, nell’epoca delle reti digitali e delle web society non sanno più assolvere al loro compito.

Ci sarebbe quindi da riflettere sui sopraggiunti elementi di discontinuità del processo di formazione della volontà collettiva e della sua trasformazione in decisioni politiche. Per l’analisi di Vision sul significato della democrazia oggi: www.visionforum.it/forum/globalizzazione_e_democrazia/il_futuro_della_democrazia




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21 novembre 2006

Tv da passeggio



“Convergenza” è la parola all’insegna della quale esplode la rivoluzione odierna dei mezzi di comunicazione. È  questa, forse, la parola che meglio può spiegare la confusione in cui si trovano oggi molti nonni e anche genitori, abituati alla corrispondenza tra un singolo dispositivo, come un telefono o un televisore, ed uno specifico modo di comunicare.  

Si ritrovano invece in un tempo in cui i nuovi media non solo sono “nuovi” ma sembrano voler rubare il mestiere agli altri, in preda ad una sorta di delirio di onnipotenza. Sul pc si vedono i film, con il telefono cellulare si fanno le foto, tramite internet si vede la tv. “Convergenza” si riferisce proprio alla capacità della tecnologia digitale di assorbire tutte le diverse forme di comunicazione.

 Quale sarà il punto di arrivo di questo processo –viene spontaneo chiedersi- ? Arriveremo ad avere un unico mezzo di comunicazione che includerà tutte le modalità di comunicazione che conosciamo?

Se non ci compete assumerci il rischio di rispondere a tale domanda, mi sembra però che non sia necessariamente questo il punto rilevante.

Anzi, il punto più significativo è forse proprio che il concetto di “mezzo” perde progressivamente di senso. L’ “individualità” del mezzo viene mangiata progressivamente dalla migrazione della specifica forma di comunicazione, la cui peculiarità contribuiva a definirne l’identità, verso altri mezzi.

Come dire, la comunicazione è sempre più libera, più autonoma, più assoluta. Il “mezzo” ha sempre meno potere. Significa forse che la famosissima massima di McLuhan, “Il medium è il messaggio”, sta perdendo la sua sempreverde attualità? E se non è più, o comunque non sarà più il mezzo a costituire l’essenza del messaggio, come si ridefinisce quest’ultimo? Intorno a che cosa?

La rete, intesa non solo come “web” ma come modello comunicativo, come mappa che ridisegna le relazioni tra gli individui, ci dice che il centro di ogni processo di comunicazione si sposta sempre di più verso l’individuo stesso, che ha sempre più potere in termini di produzione e consumo di informazione, a diversi livelli e in diverse modalità. La tecnologia digitale, distribuendo le stesse forme di comunicazione su più mezzi, toglie unicità e quindi potere ai singoli media, che non sono più gli unici “detentori” di una forma di comunicazione, e lo restituisce agli individui, che vedono aumentare la propria capacità di costruire una dieta mediale personalizzata scegliendo in un vasto menù.

La crescente “libertà” della comunicazione si rispecchia cioè nella crescente libertà dell’individuo. Libertà che non è solo possibilità di scelta tra molteplici mezzi, forme e contenuti.

 Le nuove forme di comunicazione “seguono” l’individuo nella sua vita pratica, si plasmano attorno ad essa, e non viceversa, come accadeva per i media tradizionali che avevano il potere di strutturare la società intorno alle novità che la loro introduzione apportava. La nascita del cinema rivoluzionava lo spazio urbano e ristrutturava la vita al suo interno, la televisione rinnovava la stessa interpretazione del concetto di “casa” e del rapporto tra spazio privato e spazio pubblico. Alla staticità della situazione che questi giganti delineavano attorno a sé, si contrappone la mobilità dei nuovi media.

La storia del computer dalla nascita ad oggi è la storia di un crescente avvicinamento all’individuo: da enorme macchina di calcolo a Personal Computer a portatile di dimensioni sempre più ridotte.

Queste dinamiche in accelerazione sembrano voler fare diverse vittime, e quasi umiliare le televisione-dinosauro, che diventa un mezzo ingombrante e rudimentale.

Ma la storia dei mezzi di comunicazione è una storia di adattamento al contesto in evoluzione. I mezzi più vecchi hanno sempre dovuto reinventare il proprio spazio in un nuovo e più sviluppato panorama mediatico. La televisione sembra aver trovato la sua strada facendo arrivare fino ai propri schermi la tecnologia digitale, trasformandosi in una versione più adatta al nostro tempo, con più canali e un menù complessivo che consente una certa autonomia di scelta dei contenuti e dei tempi di fruizione.

 Ma se la vera strada per tutti i mezzi di comunicazione è quella della “mobilità”, la tv non vuole mancare questo nuovo obiettivo, ed esce dalla sua statica sede per raggiungere persino i cellulari. Del resto è questo il romantico significato del digitale: una volta tradotta in questo linguaggio, qualsiasi forma di comunicazione viene liberata dal mezzo che la intrappolava.

E mentre noi dobbiamo ancora abituarci a queste novità, e scoprire come accade per ogni nuova “stranezza” tecnologica quale è il vantaggio che essa può offrire, le imprese coinvolte in queste dinamiche devono già sforzarsi di andare oltre e capire quale sarà il passo successivo.

È proprio una delle più note case di telefonia mobile ad aver commissionato uno studio sulla Mobile tv alla London School of Economics. Il futuro della televisione, si conclude appunto, è mobile. Tecnologia piccola e leggera, contenuti segmentati e veloci, spot rapidi e dinamici. Televisione da passeggio, per guardare il microepisodio di un serial o un tg in una manciata di secondi, aspettando l’autobus o tra una vetrina e l’altra.

Ma non è tutto, sembra che questa televisione mobile troverà la propria vera identità sposando il fenomeno della tv-fai da te: gli utenti stessi creano i propri contenuti filmati (un esempio embrionale è rappresentato dall’onnipresente spot di Italia uno) e li mettono a disposizione degli altri. Fenomeno che sta prendendo piede in internet, che anzi dall’essenza stessa della rete vede nascere il proprio senso.

Questo nuovo tipo di tv perderebbe insomma molte delle caratteristiche strutturali della televisione tradizionale, tant’è che sembra quasi una forzatura continuare a chiamarla “televisione”.

Forse è l’ennesima “furbata”  del mezzo televisivo, che arriva a camuffare la propria identità per perseguitarci ed insinuarsi nella nostra vita sempre più da vicino. O forse è proprio il contrario: l’identità del mezzo è sempre meno definita e la comunicazione si avvicina sempre di più ad essere un vero e proprio prolungamento dell’individuo.




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7 novembre 2006

Il costo del clima

  

Le generazioni che “abitano” questo inizio di millennio si ritrovano ad avere a che fare con un mondo che sembra alla ricerca della scala di grandezza su cui definire la propria identità, dell’“unità di misura” dei propri passi e dei propri problemi. Globalizzazione, localizzazione, esplosione dei punti di accesso ad un’unica rete informativa, crescita degli organismi trans-nazionali, sono alcuni degli elementi che denotano le metamorfosi in atto nella geografia reale del mondo. Ogni individuo si ritrova al cospetto di questioni di dimensioni sempre maggiori, rilevanti su scala sempre più ampia e condivise da un numero crescente di persone.

È così per le questioni politiche, sociali, culturali ed anche ambientali. Ed è dalla questione ambientale che emerge il problema più “assoluto” che l’uomo abbia forse mai potuto profetizzare, lo scenario catastroficamente più democratico e globale di tutti i tempi: la (relativamente) lenta trasformazione della natura del globo terrestre, fino a che di questo non resti un ambiente inospitale per la stessa causa della sua distruzione: l’uomo.

 La prima constatazione che sorge spontanea è che ad un problema globale non corrisponde una altrettanto globale ricerca di soluzione. I tentativi di delineare un approccio costruttivo ed integrato (come Kyoto) sembrano poi di fatto restare al rango dei tentativi, se non si riesce ad andare oltre un insieme di indicazioni cui sottrarsi, semplicemente, astenendosi (è il caso degli USA). O se l’adesione si traduce in un andamento esattamente opposto rispetto agli obiettivi preposti (è il caso dell’Italia, che dal 1990 ha aumentato l’emissione di CO2 di circa il doppio di quanto avrebbe dovuto ridurla).

I fatti ci dicono insomma che se il problema è discusso in ambito internazionale, la sua soluzione è lasciata all’arbitrarietà, alla capacità e alla volontà dei singoli paesi e delle singole imprese.

Il catastrofismo di scienziati e climatologi non sembra sufficiente a far sì che molti governanti di Stati ed imprese escano di un solo passo, ma forse ce ne vorrebbero due, dalla temporalità dei loro interessi.

 Il rapporto di Sir Nicholas Stern, presentato il 30 ottobre, potrebbe sembrare quasi un escamotage di una qualche forza extra-terrena, interessata unicamente al bene del mondo, che decide di giocarsi l’ultima carta traducendo l’allarme in termini economici: visto che è l’unica campana che ascoltate, sembra voler dire. Non si parla di equilibri ambientali spezzati, né di disastroso innalzamento delle temperature, né di scioglimento dei ghiacciai nè di una terra diversa e “avversa”: si parla di PIL.

Mi viene da pensare che solo il distacco britannico potesse riuscire ad immaginare una soluzione così elementare al problema di far sì che si passi dall’evidenziare un dato di fatto al volere attivare un processo veramente finalizzato ad un obiettivo.

Sembra infatti che l’investimento annuo, a partire da ora, dell’1% del PIL mondiale sarebbe necessario e sufficiente ad arginare la perdita del 20% dello stesso che i danni ambientali comporteranno a partire circa dalla metà del secolo.

 Lo scopo ultimo del rapporto Stern è quello di mostrare la questione da una prospettiva rovesciata: non bisogna vedere il problema ambientale necessariamente come un inarrestabile problema economico, come un sopraggiunto ostacolo alla crescita. Questa è infatti la prospettiva che porta ad allontanare il momento in cui con qualche brusco cambiamento di rotta il problema verrà affrontato, momento in cui non sarà forse più arginabile. La questione climatica può invece essere vista come un’opportunità di creazione di nuovi mercati e nuove leve economiche, se si avrà la capacità di coglierla per tempo: una realtà di cui prendere atto e a cui adattare il proprio cammino adesso che siamo ancora in tempo, dice il rapporto.

 Perché paesi come la Svezia hanno deciso che l’obiettivo di ridurre l’inquinamento ambientale è una priorità e il rinnovamento del sistema energetico una sfida stimolante e produttiva, mentre altri allontanano il problema e sembrano non volerlo vedere? Perché alcune grandi imprese come BP prendono la strada semplicemente più logica di investire in quelle che presto saranno le migliori e forse uniche alternativa possibili alle attuali risorse vicine all’esaurimento, mentre altre si accaniscono a sfruttare al massimo le ultime gocce di una ricchezza quasi morta?

Che sia necessaria una risposta al problema condivisa, ed indirizzata ad obiettivi di (non troppo) lungo termine lo intuiamo, e il rapporto Stern lo ribadisce.

Dove vanno raccolti però questi sforzi comuni, e dove vanno aggregati questi obiettivi?

Un organismo internazionale predisposto a questo scopo non esiste, e questo significa forse la dissoluzione, la perdita di efficienza degli sforzi che provengono da più parti ma che non sanno dove andare a convogliarsi.

 Si potrebbe ad esempio migliorare l’efficienza del meccanismo europeo degli scambi di quote di emissione, che prevede che ciascun paese compri agli altri il suo diritto ad inquinare: i paesi che inquinano di più accumulano debiti, quelli più “puliti” accumulano crediti. Il punto che sembra contraddittorio è che queste quote prevedono una sorta di controllo reciproco tra gli Stati - chi inquina di più viene punito pagando di più- ma manca l’attivazione di un processo di investimento: le quote di fatto si disperdono, non vengono utilizzate in maniera necessariamente costruttiva. Sembrerebbe invece logico che queste “tasse” fossero finalizzate ad attivare un meccanismo di trasferimento di risorse economiche dalla produzione “sporca” a quella “pulita” di energia: ad investire cioè nelle fonti alternative.

Perché ci si ferma al piano punitivo e non si fa un passo in quello innovativo?

 

 

 




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17 ottobre 2006

Tagli o non tagli: è questo il dilemma?

Non è difficile sentirsi smarriti cercando di seguire il dibattito politico che riguarda le vicende del nostro paese. E per i volenterosi che provano a star dietro a tutte le voci non è affatto facile estrarre qualche informazione concreta. In questi giorni è esemplare la questione dei finanziamenti alla scuola: il ministro della pubblica istruzione si dice soddisfatto perché alla scuola è assicurata “certezza e sicurezza”. Ma dalla “relazione tecnica che accompagna il disegno di legge per la manovra finanziaria 2007” sembra che per le scuole sia previsto un generoso taglio. Per chi voglia farsi un quadro minimamente significativo della situazione, o peggio ancora per chi voglia intuire che speranze ci sono per il futuro dell’Italia anche basandosi su quanto e come viene investito nell’ambito dell’educazione, non è impresa facile.

 Come spesso accade, per riuscire a districarsi in questa “confusione informativa” è sufficiente cambiare prospettiva, fare un passo indietro e avere il coraggio di guardare la situazione da una prospettiva europea. Le dichiarazioni e le rivendicazioni dei nostri governatori e non su tagli, incrementi e spostamenti di quote di finanziamento appaiono improvvisamente, e in maniera allarmante, come un inutile brusio che fa da sottofondo al quadro sostanziale che si vede emergere.

Il lavoro prodotto in collaborazione da due Think Tank, “pensatoi” internazionali (il Lisbon Council e il Deutschland Denken!), e presentato recentemente a Bruxelles nella conferenza tenuta con Vision, ci aiuta in questa illuminante, coraggiosa operazione.

Il dibattito sul futuro dell’Europa si concentra sul concetto di “innovazione”, intesa come capacità di crescere, di migliorare la qualità della vita, di produrre valore. Il lavoro in questione si sofferma sull’importanza che ha in questo processo la capacità di investire nella maniera corretta nelle “risorse umane”, investimento che riguarda l’intero processo di educazione degli individui, dalla scuola primaria alla formazione permanente sul lavoro. Per descrivere il comportamento dei diversi paesi è stato costruito un indice, “l’indice del capitale umano”, che tiene conto dell’entità e del “buon utilizzo” degli investimenti totali in questo campo. Neanche a dirlo, l’Italia si trova all’ultimo posto della classifica dei tredici stati considerati, a netta distanza da Germania, Portogallo e Spagna che la precedono.

E, cosa che forse ci può sorprendere di più alla luce di ciò che è al centro del dibattito italiano, non è nell’entità degli investimenti totali che l’Italia appare più lontana dagli altri (sebbene si spenda comunque poco rispetto alla media europea e rispetto ai paesi che lo fanno con più efficienza ).  Spagna, Irlanda e Portogallo investono molto meno, e il Regno Unito non molto di più. L’entità totale della spesa è solo una componente dell’indice, che tiene conto anche dell’uso di questo capitale (cioè di quale percentuale dell’investimento è “rappresentato” nella forza lavoro), della sua produttività in termini economici, e delle sue prospettive future sulla base dell’andamento demografico e dell’invecchiamento della popolazione. Includendo tutte queste componenti, l'indice del nostro paese si trova all’ultimo posto.

Inoltre, ad un’analisi più dettagliata del caso italiano si mette in luce, come spesso accade, una contraddizione: l’investimento nella scuola è, in termini quantitativi, elevatissimo, più elevato di quello effettuato da Svezia e Danimarca, al primo posto nella classifica degli indici e anche di quella “parziale” dell’entità complessiva degli investimenti. Dove spendiamo molto meno è invece nell’università, nell’educazione sul lavoro, nell’educazione “diretta” dei bambini da parte dei genitori. Una spesa, quella scolastica, che risulta evidentemente poco efficiente se messa in relazione ai dati precedenti che indicano quali e quanti frutti questi investimenti producono. Tutti questi segnali portano a galla un’evidenza: il nostro sistema educativo è inefficiente nel suo complesso, e nel suo complesso va ripensato, tenendo conto in maniera integrata dei diversi fattori che entrano in gioco nel determinare le prospettive del nostro futuro.

La situazione italiana, insieme a quella tedesca, viene esplicitamente segnalata come preoccupante, messo in chiaro che la capacità di investire correttamente nelle “risorse umane” di un paese è uno dei principali terreni su cui si giocherà il futuro dell’Europa in termini di competitività e di crescita.

È proprio in collaborazione con la Think Tank tedesca (Deutschland Denken!) che Vision sta lavorando all'elaborazione del problema, e sta sviluppando il suo progetto per il rinnovamento dell’Università (che sarà presentato nel seminario di gennaio), nella chiara consapevolezza che il nostro sistema universitario è ancora inadeguato a svolgere il ruolo che potrebbe e dovrebbe ricoprire in un sistema educativo organico, interagente ed efficace, in grado di trainare il paese verso l’innovazione

Questioni di superficie: così appaiono i discorsi di cui siamo circondati in questi giorni se ci allontaniamo di pochi passi dall’estremamente concreto, quasi spicciolo dibattito italiano del “qui e ora”, e osserviamo la situazione in maniera complessiva, nella sua struttura, e in una prospettiva di più lungo termine.




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